Venice by Venezia: Intervista con la curatrice della Biennale Arte 2022 Cecilia Alemani
In occasione dell'inaugurazione della 59. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, Venice by Venezia ha incontrato la Curatrice Cecilia Alemani, che ha parlato della sua mostra, della storia della Biennale e del rapporto dell'arte con la società.
Per i giovani meno esperti la Biennale, con la vastità dei suoi padiglioni, nonché considerata l'importanza dell’esposizione stessa, può risultare un’esperienza un po' intimidatoria. Se dovesse dunque dare un consiglio a chi la visita per la prima volta, quale sarebbe?
Innanzitutto, non lasciatevi intimidire. È una mostra, non morde.
Consideratela come un'occasione per imparare e per trovarvi di fronte ad alcune delle opere d'arte contemporanea più all'avanguardia degli ultimi due anni. In questa mostra in particolare è rinvenibile un'attenzione che potremmo definire trans-storica: non si tratta infatti solo di arte contemporanea, ma c'è anche arte del XX secolo, questo perché mi piaceva l'idea di creare una connessione tra generazioni e movimenti diversi.
La Biennale svolge questo ruolo da oltre 125 anni, e molto spesso lo fa in tempi molto complessi, come ad esempio proprio quelli che stiamo vivendo ora con la pandemia e la guerra. È un'istituzione che è sempre stata presente per Venezia, anche nei momenti più bui della nostra umanità.
Dalla sua prima visita, come è cambiata la Biennale nel corso del tempo, e cosa secondo lei ha contribuito alla sua evoluzione?
La prima Biennale che ho visitato è stata quella del 1999, la prima affidata al famoso curatore svizzero Harald Szeemann, un evento che ha sicuramente segnato un punto di svolta. La Biennale esiste da molto tempo, la prima è datata 1895, ma fino al 1995 era un affare quasi esclusivamente italiano, non c'era mai stato un curatore internazionale. Nel 1995, anno del centenario, è arrivato invece il momento del primo curatore straniero, il francese Jean Clair, che ha dato vita ad una mostra straordinaria, seguito poi dai lavori di Szeemann nel 1999 e nel 2001. È stato un evento la cui globalità ed internazionalità mi hanno aperto la mente: era la prima volta in cui ad esempio si poteva vedere a Venezia molta arte cinese, così come molta arte africana, e la cosa per me è stata molto importante perché semplicemente prendendo il treno da Milano potevo vedere alcune delle migliori opere d'arte prodotte in tutto il mondo. Quella è stata la prima Biennale che ho visto, ed in cui l'arte a Venezia arrivava per la prima volta da tutti i luoghi.
Per ciò che concerne invece la mia mostra, spetterà ad altri giudicare quale sarà il suo lascito. Penso che sia una mostra unica, conseguenza diretta anche del fatto che è stata creata in tempi unici. Per me, e per tutti noi, la pandemia è stata un’esperienza traumatica e significativa, nel senso che ha cambiato la vita per come ci eravamo abituati a concepirla negli ultimi trent’anni. Spero quindi di essere riuscita a catturare ciò che gli artisti hanno avuto a cuore in questi tempi così complessi. È stato difficile perché ho approcciato alla creazione di questa esposizione nel bel mezzo di una crisi; è stato difficile fare collegamenti via di zoom e capire cosa stessero facendo gli artisti, ma ho cercato di concentrarmi e di assorbire ciò che stava accadendo intorno a me. Spero che tra vent'anni guarderemo a questa mostra come ad una fotografia di ciò che significava fare arte in un periodo di pandemia.
La sua curatela di "The Milk of Dreams" è stata celebrata anche per il ruolo di primo piano avuto dalle donne, un’importante presenza femminile che ha rappresentato una svolta da molti attesa da tempo. In che modo le donne sono state particolarmente importanti per i temi che ha voluto esplorare?
Sono sempre molto attenta a non generalizzare il fatto che, in quanto donna, tu debba fare un certo tipo di lavoro; non credo sia vero, ed il fatto che ci siano molte donne ad esporre è stato più che altro un processo. Non mi sono seduta all'inizio e ho detto: "Avrò l'85% di donne", ma alla fine è andata così.
Posso riportarvi cosa dice la gente - non so se sia vero! - ma ritengono che, in termini di mezzi, sia ravvisabile la presenza di molto artigianato, di molti materiali e tecniche che per troppo tempo sono stati considerati minori, come ad esempio la tessitura e la lavorazione della ceramica, e di queste cose ce ne sono in abbondanza; non è necessario che io dica trattarsi di opere "femminili", mi piacerebbe che la gente approcciasse all’esposizione semplicemente come una mostra d'arte contemporanea, il fatto che poi si possa accorgere che ci sono molte donne, è fantastico, ma non è il punto focale.
Per me era importante non fare una grande dichiarazione in merito, perché so che la tendenza sarebbe stata quella di sminuirla in quanto mostra sulle donne. Non è una mostra sulle donne, è una mostra sulla metamorfosi e sulla trasformazione con artisti che per lo più sono donne. Sento che c'è una sensibilità, o un’atmosfera comunque un po' diversa dal solito. Non so dirvi se ciò sia una conseguenza del fatto che molti degli artisti sono delle donne, ma cerco di controllare quest’atmosfera, la sensualità della mostra in un certo modo, questo sperando che la gente possa percepire quanto di diverso ci sia rispetto al solito.
Insito nell’esposizione ritroviamo poi quello che è un elemento ecologico, un tema che tratta del rapporto dell'uomo con la natura e che sembra particolarmente adatto a Venezia ed alle sue dinamiche. Al riguardo crede che l'arte possa effettivamente influire sul cambiamento della società, oppure che essa rimanga circoscritta all’ambito dell’immaginazione e dell’espressione?
Domanda interessante. Credo di poter dire che il rapporto dell'arte con temi quali il cambiamento climatico e il disastro climatico è cambiato radicalmente con la pandemia. Prima della pandemia, gli artisti ritraevano la crisi climatica in modo molto più didascalico, magari con documentari o con tecniche più accusatorie, puntando il dito in un modo secondo me non molto edificante. Ma credo che dopo la pandemia, quando improvvisamente tutte le nostre preoccupazioni per il pianeta sono diventate in un certo senso reali ed evidenti, gli artisti abbiano iniziato ad adottare una metodologia diversa. Ciò che non si vede molto nella mostra è infatti quella sorta di documentario molto politico sul disastro climatico, in parte perché personalmente non ne sono mai stata una fan, ma anche perché penso che gli artisti si stiano spostando verso qualcosa di più interiorizzato e personale quando si tratta di approcciare di questo genere di problemi, ed in questa esposizione penso si rinvenga una sensibilità abbastanza innovativa. Non nuova in quanto originale, ma nuova come una sorta di riscoperta di una prospettiva molto più intima e umana in riferimento a questi grandi temi. Così, quando ad esempio si entra nello spazio dell'Arsenale con la gigantesca installazione di Delcy Morelos, credo si possa percepire una sorta di connessione con la Terra, divenendo in un certo senso tutti parte di questa installazione con i nostri corpi a diventare essi stessi parte della terra e del suolo, quindi è forse un modo molto più introspettivo di affrontare questi temi che sono parte integrante della Biennale, un modo più intimo.
Che ruolo ha Venezia nel rendere speciale la Biennale?
È un ruolo di rilievo assoluto. La stessa mostra non avrebbe la stessa potenza se si svolgesse altrove, ad esempio a Milano.
Credo ci sia qualcosa di speciale in Venezia, e l'etica stessa della mostra, quando fu creata alla fine dell'Ottocento, era l'idea di portare la contemporaneità in una città che già nell'Ottocento era una meta turistica, ma mai per l'arte contemporanea, si trattava all’epoca infatti solo di visitare chiese e musei. Così quando il sindaco di allora, Riccardo Selvatico, inventò la Biennale, lo fece proprio con lo scopo di portare in città la contemporaneità.
Venezia non solo ha quest'aura magica che è nell’immaginario collettivo - si arriva, si è su un'isola, ci si sposta usando le barche - ma è anche in un certo senso una città estremamente contemporanea, una città che non solo è visitata da 30 milioni di persone ogni anno, ma che è anche un luogo che racchiude tutte le anime paradossali della nostra società, dalla bellezza alla devastazione ecologica. È una rappresentazione di tutte le preoccupazioni e le bellezze contemporanee del nostro tempo.
—
La 59. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia sarà visitabile fino al 27 novembre 2022.
Per saperne di più e acquistare i biglietti, visita il sito labiennale.org/it .